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venerdì 28 marzo 2014

HYSTERIA

“Le fantasie che si convertono in sintomi in nessun'altra nevrosi sono evidenti come nell'isteria”. (Sigmund Freud,Introduzione alla psicoanalisi, 1915)

Questa volta voglio parlare dell'Isteria, considerata la prima psicopatologia riconosciuta e -a mio avviso- ingiustamente scomparsa (o meglio frammentata) nella moderna psichiatria.
Di isteria si iniziò a parlare già nel mondo classico e ancor prima in iscrizioni risalenti all’antico Egitto. Considerata da sempre una malattia appartenente all'universo femminile, il suo nome deriva dal greco ὑστέρα (hystera), cioè utero.
L'isteria dei primi studi freudiani è identificata come una psiconevrosi caratterizzata da stati emozionali molto intensi e da attacchi parossistici particolarmente teatrali. Nella versione tipica ottocentesca, l'isteria si manifestava con sintomi molto simili all'epilessia: paralisi degli arti, cecità momentanea, perdita di coscienza e della capacità di parlare. Finito l'attacco, seguiva spesso una fase emozionale molto intensa, in cui il soggetto compiva azioni imprevedibili in uno stato simil-allucinatorio.
Freud individuò le cause in un trauma infantile rimosso che, grazie alla tecnica psicoanalitica poteva essere riportato alla coscienza e neutralizzato.
La personalità isterica, nella definizione più attuale, è caratterizzata da un quadro emotivo particolare in cui domina il bisogno di apparire, di vivere più intensamente, spesso con prevalenza dell’immaginazione ed atteggiamenti di tipo teatrale sfuggendo dalle situazioni spiacevoli per trovare rifugio nella malattia.
Per dirla in parole semplici si tratta di un eccesso di emozioni particolarmente intense che ad un certo punto diventano ingestibili e l'unica possibilità per non lasciarsi sopraffare è quella di riversare l'enorme quantità di energia disorganizzata in una sintomatologia, dandogli così una forma concreta.
Infatti, uno dei principali sintomi dell'isteria è, la conversione per cui, secondo Freud, le cariche emotive in eccesso venivano scaricate su un organo sano fino a renderlo inutilizzabile (emblematico il caso di Anna O.).
La conversione agisce attraverso lo spostamento, un meccanismo inconscio che consente la traslazione dell’investimento da un’entità psichica ad una somatica, come da un organo ad un altro.
Sempre secondo Freud, il sintomo acquisisce in questo modo una doppia valenza: da una parte soddisfa il bisogno primario di esprimere la tensione, dall'altra il bisogno secondario di essere notati.
In base a tutte queste considerazioni possiamo capire che l'isteria è una complessa forma psichica caratterizzata si da una chiara sintomatologia psichiatrica, ma anche da particolari modalità psicologiche.
A partire dalla terza edizione del DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, 1980), l'isteria è stata suddivisa nei tre elementi che la costituiscono:
  • L'aspetto “corporeo”: disturbo somatoforme e disturbo da conversione, che riguardano le dispercezioni corporee e la conversione di cui abbiamo parlato sopra.
  • L'aspetto “mentale”: disturbo dissociativo, con fughe isteriche, amnesie, personalità multiple.
  • La struttura caratteriologica di base: disturbo istrionico di personalità, che si caratterizza per l'emotività eccessiva, la costante ricerca di attenzioni e l'aspetto manipolativo.
Questa frammentazione della sintomatologia originaria comporta, a mio avviso, una grossa lacuna diagnostica. Non è un problema di sola natura terminologica, ma anche una complicazione dal punto di vista terapeutico. Nel concreto, se una patologia prevalentemente fisica, come ad esempio una parestesia, non da risposte significative ad indagini neurologiche, è facile supporre che si tratti di un disturbo da conversione, ma se il sintomo convertito fosse prevalentemente psicologico/psichiatrico, come ad esempio una sindrome depressiva o un disturbo della condotta alimentare, allora di certo ci si concentrerebbe nella cura del sintomo emerso, con terapie lunghe e spesso inefficaci.
Altra problematica riguarda il processo diagnostico in senso stretto: in teoria, un isterico puro, nell'accezione freudiana, dovrebbe essere inquadrato in tutte e tre le classificazioni diagnostiche sopra elencate, ma sappiamo bene che questo non è possibile per cui ci si concentrerà sulla sintomatologia più evidente e superficiale, sminuendo la particolare struttura di personalità dell'isterico e perdendo di vista la psicopatologia originaria.






mercoledì 17 luglio 2013

STERNBERG E L'AMORE PERFETTO

Mi sono imbattuta per caso in una interessante e alquanto recente teoria proposta da Robert Sternberg che riguarda l'amore, non so dire esattamente quanto possa essere realistica o completa, ma di certo la sua semplicità la rende affascinante almeno quanto basta per meritare un approfondimento ed una discussione.
Robert Sternberg (New Jersey, 8 dicembre 1949) è uno psicologo statunitense considerato uno dei maggiori studiosi dell'intelligenza e dello sviluppo cognitivo, ma dopo aver elaborato e consolidato la teoria del modello tripartitico dell'intelligenza, fra il 1986 e il 1988 ha proposto un modello trifasico anche nelle relazioni affettive
Secondo questo autore l'amore deve essere composto da tre funzioni primarie: passione, intimità ed impegno. La passione riguarda essenzialmente il dato fisico-reazionale e si identifica nell'attrazione fisica che porta l'avvicinamento di due persone, l'intimità riguarda invece la componente emotiva e si traduce in sentimenti di vicinanza, di sostegno emotivo e di condivisione. Infine l'impegno, nell'ottica di Sternberg, corrisponde alla componente cognitiva e rappresenta la volontà di costruire e mantenere in vita un rapporto duraturo.
Dall'interazione di questi tre elementi emergono 8 tipologie amorose:

  1. La prima è "l’assenza di amore": tutte e tre le componenti mancano; è la situazione della grande maggioranza delle nostre relazioni personali, casuali o funzionali.
  2. Il secondo tipo è la "simpatia". C’è solo l’intimità, ci si riferisce ai sentimenti che si provano in una autentica amicizia e comporta vicinanza o calore umano, ma non sentimenti forti di passione e di impegno.
  3. Il terzo tipo è "l’infatuazione": quando c’è solo la passione. Quell’amore a prima vista che può nascere all’istante e svanire con la stessa rapidità. Vi interviene una intensa eccitazione fisiologica, ma senza intimità o impegno.
  4. "L’amore vuoto" è il quarto tipo di relazione, dove l’impegno è privo di intimità e di passione: tutto quello che rimane è l’impegno a restare insieme.
  5. "L’amore romantico" è una combinazione di intimità e di passione. Più di una infatuazione, è vicinanza e simpatia, con l’aggiunta dell’attrazione fisica e dell’eccitazione, ma senza l’impegno.
  6. "Amore fatuo" è quello che comporta la passione e l’impegno, ma senza intimità, ma dato che l’intimità ha bisogno di tempo per svilupparsi, manca il nucleo emotivo su cui può reggersi l’impegno.
  7. "Sodalizio d’amore" è chiamato un rapporto d’intimità e impegno reciproco, ma senza passione. E’ come un’amicizia destinata a durare nel tempo.
  8. Infine quando tutti e tre gli elementi si combinano in una relazione, abbiamo quello che Sternberg chiama "amore perfetto o completo".

Il dato affascinante di questa teoria è la sua dinamicità nella combinazione dei tre elementi. E' intuitivo che mentre la passione è una componente immediata e non gestibile razionalmente, l'intimità e l'impegno hanno un decorso più lento e sono totalmente gestibili su un piano prettamente cognitivo. L'equilibrio dei tre dipende quindi da fattori in continuo mutamento e mentre è chiaro che per mantenere un rapporto “perfetto” debbano essere presente tutti, non ne si chiariscono le dosi.
Personalmente ritengo che l'abilità “dell'equilibrista” sia proprio nel capire la necessità del momento. E' come se ogni coppia possedesse un vaso che in qualsiasi momento deve essere pieno: è ovvio che nei primi tempi esso si riempirà di più passione, per poi lentamente riassestare i suoi equilibri fino ad un prevalere di intimità ed impegno.
Tutto si svolge in un continuo divenire pertanto, quello che Sternberg identifica come “amore perfetto”, in realtà può durare anche solo pochi istanti ed è inevitabile a questo punto chiedersi se e come sia possibile fare in modo che l'equilibrio si mantenga perfetto mutando continuamente gli elementi che lo compongono.

Potrebbe essere rivelatore colorare il lati del triangolo con i colori corrispondenti per capire a che punto si trova il nostro rapporto e quanto è distante dall'ideale di perfezione sternberghiano.  


mercoledì 29 agosto 2012

LA GELOSIA


Da un punto di vista etimologico, il termine gelosia proviene dal latino “zelus” e significa zelo, cura scrupolosa. Il sentimento di gelosia può essere considerato naturale e normale quando è consapevole ed esprime la comprensibile vulnerabilità che ognuno ha, quando ama, all’idea di poter perdere la persona amata.
Quando la gelosia arriva in un rapporto può fare il suo lavoro buono: mette in crisi gli amanti, spezza l'illusione dell'eternità e della fiducia illimitata, costringe a ridare le carte in nuovo incontro e in un nuovo riconoscimento dell'altro e della relazione, purché rimanga nei canoni di una funzionalità costruttiva.
Non esiste in realtà una unità di misura che possa dirci se la gelosia che proviamo sia normale, l'unica discriminante che possiamo identificare è l'influenza che essa esercita sulla nostra vita: nel momento in cui diventa un pensiero continuo ed è in grado di imporci cambiamenti nelle abitudini di vita come una costante in ogni relazione, essa diventa patologica.

Uno dei primi studiosi della gelosia è stato Freud che ha individuato tre diverse tipologie di gelosia (1922, Alcuni meccanismi nevrotici nella gelosia, paranoia e omosessualità):
1) Gelosia competitiva o normale: comporta una parte di lutto causata dal vissuto reale o immaginario di aver perduto la persona amata, sentimenti ostili verso il rivale e un atteggiamento autocritico volto ad attribuire a sé stessi la responsabilità della perdita affettiva.
2) Gelosia proiettata: deriva dalla propria infedeltà concreta o da impulsi in tal senso che soffrirono la rimozione. In altre parole chi prova più o meno inconsciamente tentazioni di tradimento le proietta sul partner convinto che l'altro non sia stato in grado di resistere.
3) Gelosia delirante: per Freud è la conseguenza di una forma di omosessualità latente che preme per manifestarsi. Come tentativo di difesa contro un impulso omosessuale troppo forte essa può essere descritta mediante la formula: “Non sono io che lo desidero, ma Lei”.

Nella nosografia psichiatrica esiste tuttavia una classificazione della gelosia delirante che esula dal concetto freudiano di omosessualità. Nel DSM IV (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), il delirio di gelosia è considerato uno dei sottotipi del Disturbo Delirante e si applica quando il tema centrale del delirio è la convinzione che il proprio partner sia infedele; convinzione che non si basa su un motivo accertato, ma su deduzioni non corrette, supportate da piccoli indizi interpretati come prove evidenti, allo scopo di giustificare il delirio. Di solito, il soggetto con il delirio di gelosia è costantemente alla ricerca di prove ed indizi a dimostrazione del tradimento, ma anche qualora queste non diventassero realtà oggettive, l'intervento del delirio può portare a casi estremi come l'attacco fisico e il cosiddetto “delitto passionale”, di cui la gelosia sembra essere la causa più frequente.

Come non esiste una netta linea di confine capace di isolare la gelosia patologica, non esiste a tutt'oggi una teoria universalmente accettata capace di spiegarne l'origine.
Secondo Freud è normale essere gelosi. Questa emozione ha le sue radici nell'infanzia quando i bambini provano il bisogno di essere amati e di essere l'unico oggetto d'amore dei genitori; così nasce la gelosia nei confronti di fratelli e sorelle e poi la gelosia edipica nei confronti del genitore dello stesso sesso. Sempre secondo le teorie freudiane, dal modo in cui questi primi moti verranno gestiti dipenderà poi la capacità adulta di manifestare una sana ed equilibrata gelosia.
Attualmente le teorie psicologiche al riguardo hanno intrapreso diverse strade azzardando spiegazioni più semplici che vanno dalla mancanza di fiducia in sé stessi alla paura di perdere la propria identità. Quest'ultima, a mio avviso interessante teoria, ritiene possa trattarsi di una sorta di “angoscia di fusione” dove il geloso ha paura di perdere la propria identità nella coppia e cerca dunque una terza persona per rassicurarsi; in quest'ottica la gelosia gli permette di conservare la propria autonomia e di esistere come individuo indipendente.
Il paradosso, che in qualche modo conferma questa teoria, è dato dall'evidenza che numerosi gelosi scelgono, più o meno inconsciamente, partner capaci di esasperare tale sentimento.

Un discorso a parte merita la gelosia retroattiva altrimenti detta “Sindrome di Rebecca”. Che deve il suo nome ad un famoso film di Alfred Hitchcock1 e si rivolge al passato sentimentale del proprio partner.
Anche in questo caso vale lo stesso discorso fatto per la gelosia: ci sono spesso condizioni oggettive che rendono il sentimento normale, la questione si complica quando la leggera sofferenza provocata dal confronto con l'altra/altro diventa una vera e propria ossessione tale da rendere impossibile la prosecuzione del rapporto. La gelosia retroattiva rivela spesso un senso di inadeguatezza e di bassa autostima in chi la prova, immaginando continui confronti con gli “ex” del partner e soffrendo come se queste immagini fossero reali.
Tuttavia, in condizioni normali, può anche capitare che l'esperienza precedente porti con sé elementi non adeguatamente superati od elaborati per cui, più o meno inconsciamente, l'immagine dell'ex resta presente nella quotidianità diventando un fantasma che fa ombra alla coppia, mettendo in atto una sorta di rapporto a tre che inevitabilmente logora ogni tipo di relazione.
Per questa ragione è fondamentale, nella costruzione di ogni nuovo rapporto, mettere in comune il proprio passato sentimentale: un passaggio obbligato per affrontare un percorso comune che metta al centro la nuova coppia.

1Rebecca, la prima moglie (1940)

mercoledì 23 maggio 2012

I tipi psicologici


Ogni estremo psicologico nutre in sé il suo opposto 
C.G. Jung

Prima di delineare gli otto “tipi psicologici” alla base delle teorie junghiane, è necessario fare una premessa fondamentale: la psiche secondo Jung si divide in conscio e inconscio, dove l'inconscio serve a compensare l'attività cosciente; in altre parole, quando l'attività conscia è troppo unilaterale, la sua controparte inconscia si manifesta autonomamente per correggere lo squilibrio e può farlo sotto forma di sogni, immagini o sintomi di una patologia.
Jung divide l'energia psichica in due atteggiamenti fondamentali: estroverso e introverso, presenti in ognuno a vari livelli. Un atteggiamento estroverso è caratterizzato da un'apertura del soggetto verso l'oggetto, quindi pensare, sentire e agire sono in relazione a fattori esterni oggettivi e l'energia psichica fluisce esteriormente. Nell'introverso invece vi è un atteggiamento caratterizzato da una concentrazione dell'interesse nel soggetto quindi il pensare il sentire e l'agire sono in relazione a fattori soggettivi, l'energia si ritira dal mondo. L'atteggiamento estroverso e introverso tendono ad escludersi a vicenda: se una forma l'atteggiamento conosciuto abituale, l'altra diventa inconscia e agisce in modo compensatorio, intervenendo, quando l'atteggiamento conscio diventa troppo rigido, come il ritorno del rimosso.
ESTROVERSO
L'estroverso, per sua natura, non desidera altro che soddisfare le possibilità del dato oggettivo scegliendo ad esempio una professione che in un dato momento offre le migliori prospettive, sacrificando i propri bisogni soggettivi. Il punto debole dell'atteggiamento estroverso sta proprio nel rischio di lasciarsi fagocitare dall'oggetto perdendo totalmente se stesso, in questo caso i disturbi funzionali e fisici che spesso compaiono hanno un significato compensatorio costringendo il soggetto ad autolimitarsi. Per queste ragioni, i bisogni inconsci dell'estroverso hanno un carattere egoistico, primitivo ed infantile la cui intensità è direttamente proporzionale al grado di rimozione che hanno subito. Vale a dire, meno vengono riconosciute, più arcaiche e infantili diventano.
INTROVERSO
Nell’introversione l’attenzione e le energie vengono rivolte in maniera preponderante verso il proprio mondo interno, attribuendo maggior peso ai fatti interiori piuttosto che all’oggettività esteriore. L’introverso, per tutte queste sue caratteristiche, si mostra particolarmente tranquillo, schivo, tendenzialmente poco socievole, riservato, a volte freddo, ama le attività tranquille e solitarie come la lettura, non si trova a suo agio in mezzo alla gente e preferisce la compagnia delle sole persone intime. Sa riconoscere i propri impulsi e diffida di essi, preferendo fermarsi a pensare in maniera razionale prima di agire; non ama le emozioni forti né le grandi novità, prediligendo al contrario uno stile di vita regolare e routinario. L’introverso si dedica alle attività con serietà e costanza, manifesta una tendenza al pessimismo ma al tempo stesso mostra una grande affidabilità ed aderenza ai principi etici e morali in cui crede.

Accanto a questi due atteggiamenti Jung introdusse 4 tipi funzionali raggruppabili in due coppie di opposti: pensiero e sentimento, intuizione e sensazione. Il Pensiero spinge la persona ad approcciarsi al mondo, alle persone e alle cose seguendo principalmente la logica; il Sentimento si basa invece sui giudizi di valore, la Sensazione sui dati oggettivi percepibili nel qui e ora e l'Intuizione sulle potenzialità e le possibilità presenti dietro ai dati oggettivi. Sentimento e pensiero sono le funzioni più razionali perché valutano l'esperienza, mentre intuizione e sensazione sono irrazionali perché non hanno capacità di giudizio, ma dipendono dalla percezione.
Soltanto una di queste funzioni assume il ruolo guida nel governo di una persona assecondata normalmente da una dell'altro binomio; se per esempio la funzione principale fosse il pensiero, per il principio di compensazione il suo opposto dovrà essere inconscio cioè il sentimento, mentre intuizione e sensazione sostengono il pensiero, cioè saranno funzioni ausiliarie che lavorano per la funzione superiore (pensiero).

L'eccessivo sviluppo di una sola delle funzioni in un individuo può portare ad uno stato d'animo squilibrato e ad un malessere diffuso, in tal caso la funzione opposta repressa ritorna sotto forma di isteria ad esempio e si manifesta con fobie e ossessioni. La salute fisica e psichica dipende quindi dallo sviluppo della funzione trascurata ed inoltre dipende da una consapevolezza che le 4 funzioni devono integrarsi per arrivare ad una personalità armonica. Nella psicologia di Jung vale la legge fondamentale degli opposti: conscio e inconscio rappresentano una polarità dialettica e quindi, se la coscienza sviluppa un certo atteggiamento o una certa funzione, l’inconscio assumerà l’atteggiamento o la funzione opposta. Così, alla funzione superiore, che determina il nostro atteggiamento conscio, corrisponde una funzione inferiore opposta; un intellettuale introverso, ad esempio, sarà, inconsciamente, un sentimentale estroverso.
Jung combinò i 2 atteggiamenti con le 4 funzioni per giungere a delineare 8 tipi psicologici che descrivono la personalità e spesso determinano una scelta nel campo degli interessi o nella compatibilità fra partner.
  1. Il tipo pensiero estroverso ha regole fisse e principi universalmente validi. Si basa sulla realtà dei fatti materiali e su un principio di ordine. Vengono inibiti dalla coscienza principalmente i sentimenti che, essendo quelli che contrastano maggiormente con la formula intellettiva, sono anche quelli che vengono rimossi con maggior determinazione. In questo tipo verranno quindi inibite per prime tutte le forme di vita che dipendono dal sentimento: le attività estetiche, il gusto, il senso dell'arte, la cultura dell'amicizia ecc...
  2. Il tipo pensiero introverso è ermetico nella vita come lo è nel linguaggio; anche in questo caso prevale il mondo delle idee, benché il suo pensiero sia soggettivo, ovvero, completamente orientato verso il suo interno; i fatti assumono per lui un’importanza relativa. I pensatori introversi amano abbandonarsi a considerazioni astratte, senza cercare l’occasione di ricavarne un utile pratico.
  3. Il tipo sentimento estroverso è perfettamente inserito nel suo ambiente, è interessato al successo e al riconoscimento sociale; è volubile e soggetto alle mode. Ma siccome nulla disturba il sentimento quanto il pensiero, in questo tipo il pensiero viene represso il più possibile e così il pensiero non è autonomo, ma un'appendice del sentire. “[...] Non è capace di pensare ciò che non è in grado di sentire.”1 Poiché il sentimento è una peculiarità della psicologia femminile più “tangibile” del pensiero, i tipi affettivi più pronunciati sono frequenti in particolare nel sesso femminile.
  4. Il tipo sentimento introverso si mostra impenetrabile, malinconico e dal fascino emanante mistero, tuttavia, questo atteggiamento, per così dire “di controllo” delle passioni, tradisce una carica emotiva e sentimentale che, se è pur vero che non si palesa apertamente, è sviluppata nella profondità del suo intimo. E’ logico prevedere che i conflitti emotivi, troppo a lungo repressi, emergano talora inaspettatamente e con violenza, oppure, sotto forma di qualche stato patologico anche grave.
  5. Il tipo sensazione estroverso ha un senso pratico sviluppato, ama la vita e i piaceri che offre: un gaudente e sensuale a tutti i livelli che tende agli eccessi. L'esagerata ricerca di fatti oggettivi lo porta lontano dall’interiorità, col rischio di mortificare le esigenze dello spirito. Il pericolo che corre è quello di perdersi in una sensualità spesso portatrice di perversioni e di dipendenze ossessive.
  6. Il tipo sensazione introverso si nutre di impressioni sensoriali e si cala nelle proprie sensazioni interne faticando ad adattarsi alla realtà e alle circostanze. Ha uno spiccato senso estetico, è spesso assorto nei suoi pensieri e generalmente ha scarse capacità artistiche.
  7. Il tipo intuizione estroverso ha la capacità di “fiutare”, nelle situazioni, lo sviluppo di eventuali prospettive; è spesso carismatico e sa imporsi soprattutto nelle situazioni di crisi. Cerca sempre nuove possibilità ed è insofferente nelle situazioni stabili.
  8. Il tipo intuizione introverso è legato alle dinamiche interiori; è sognatore, un po’ eccentrico, ha molta fantasia, è colui che più di ogni altro crede nel potere dell'immaginazione.
1Jung, Tipi psicologici, Newton ed.



martedì 31 gennaio 2012

Gli stili di attaccamento: dall'infanzia alla vita di coppia


In netto contrasto con le teorie freudiane, verso la metà degli anni '50, John Bowlby introdusse il concetto di attaccamento come un bisogno primario, geneticamente determinato, la cui funzione è garantire la crescita e la sopravvivenza biologica e psicologica del bambino.
Bowlby ha dedicato gli anni dal 1964 al 1979 alla stesura della sua imponente trilogia: Attaccamento (1969), Separazione (1973) e Perdita (1980). Secondo questo modello, le interazioni madre-bambino strutturano ed influenzano le modalità relazionali ed affettive della vita adulta.
In linea con le teorie Bowlbiane, pochi anni più tardi, Mary Ainsworth, elaborò una situazione sperimentale che permettesse di identificare i diversi tipi di attaccamento tra madre e figlio . La situazione, denominata "Strange Situation" era suddivisa in otto episodi, ciascuno della durata di tre minuti, dove il bambino veniva sottoposto a situazioni potenzialmente generatrici di "stress relazionale" nelle quali veniva lasciato da solo con un'estranea per osservarne il comportamento nelle fasi di attaccamento, separazione e riunione.
Va detto che il normale processo di attaccamento si struttura entro i primi 8 mesi di vita, per risolversi completamente entro il secondo anno; l’indicatore per eccellenza che permette di definire il legame di attaccamento stabilito, si identifica nell’angoscia da separazione.
L'osservazione delle diverse fasi della strange situation, ha permessoa Mary Ainworth di individuare 4 tipologie di attaccamento che legano la madre e il bambino:
ATTACCAMENTO SICURO: il bambino sa che nella figura accudente ha un “porto” sicuro dal quale si può allontanare per esplorare il mondo e al quale può far ritorno in qualunque momento. La figura accudente si è dimostrata sensibile ai segnali del bambino, disponibile e pronta a dargli protezione nel momento in cui il bambino lo richiede. Le relazioni interpersonali future in generale saranno improntate sul rispetto di sé e dell’altro.
ATTACCAMENTO INSICURO EVITANTE: il bambino non piange al momento della separazione e tende ad evitare la figura di attaccamento al momento del ricongiungimento. Questi bambini hanno adottato la strategia di esprimere poco i propri bisogni per evitare risposte negative o inefficaci da parte della figura di accudimento. L’osservazione in ambiente domestico ha dimostrato che queste madri rifiutavano in maniera evidente il comportamento d’attaccamento allontanando sempre il bambino quando questi cercava di avvicinarsi. In età adulta le relazioni saranno sempre prive di un totale coinvolgimento, preferirà evitare i conflitti o le altre manifestazioni emozionali e rapidamente si sentirà intrappolato o annoiato dalla relazione.
ATTACCAMENTO INSICURO AMBIVALENTE: è caratterizzato dalla protesta molto angosciata alla separazione, che non viene eliminata con il ricongiungimento. Inibito nel gioco, il bambino tende ad alternare rabbia ed accondiscendenza verso una figura di attaccamento percepita come imprevedibile. Nelle relazioni interpersonali il soggetto sarà in balia spesso dell’impulso e sovente sminuirà il proprio sé, con sentimenti di sfiducia circa le proprie capacità.
ATTACCAMENTO “DISORGANIZZATO”: il bambino mette in atto dei comportamenti stereotipici, ed è sorpreso/stupefatto quando la madre si allontana, può mostrare reazioni completamente opposte nello stesso breve lasso di tempo di fronte a situazioni stressanti.
Da quando e apparso chiaro che le esperienze di relazione nell'infanzia influenzano lo stile di personalità e di relazione nell'età adulta, C. George, N. Kaplan e M. Main (1985) hanno elaborato un questionario semistrutturato: la Adult Attachment Interview (AAI), nel corso della quale viene chiesto ai partecipanti di descrivere e di valutare le relazioni di attaccamento nell'infanzia, la perdita di figure di attaccamento, le separazioni da tali figure e gli effetti di queste esperienze sul loro sviluppo e sulla loro personalità.
Sulla base della ricerca sono stati identificati 4 prototipi di stili di attaccamento adulto, correlati con gli altrettanti stili infantili:
sicuro, preoccupato, distanziante e timoroso.
STILE SICURO: i soggetti vengono classificati come Autonomi o Sicuri (categoria F -Free) quando le loro risposte risultano chiare, rilevanti e ragionevolmente succinte; nel corso dell’intervista essi appaiono liberi di esplorare i propri pensieri e sentimenti relativi alle esperienze di attaccamento, e si mostrano consapevoli degli effetti che esse hanno avuto sul loro attuale stato. Il modello positivo dell’individuo sicuro lo porta ad avere una grande fiducia in se stesso ed un grande apprezzamento degli altri, dai quali viene considerato come tipo positivo. Le sue relazioni di coppia sono caratterizzate da intimità, rispetto, apertura emotiva ed i conflitti con il partner si risolvono in maniera costruttiva.
STILE PREOCCUPATO: i soggetti vengono classificati preoccupati (categoria E - Entangled o Preoccupied) se manifestano un coinvolgimento confuso, passivo o arrabbiato rispetto alle figure di attaccamento, dal quale è possibile evincere la presenza di un invischiamento nell’ambito delle relazioni familiari che continua ad agire sul loro attuale stato mentale. Lo stile preoccupato è assimilabile allo stile insicuro ansioso ambivalente (Ainsworth) che comprende un modello di Sé negativo e dell’altro positivo con una bassa autostima tendente alla dipendenza del giudizio degli altri. Le sue relazioni sentimentali sono costellate di passione, rabbia, gelosia e ossessività. Tende ad iniziare i conflitti con il partner rimandando, però, la rottura del legame.
STILE DISTANZIANTE: l’elemento comune dei soggetti che vengono considerati Distanzianti (categoria Ds - Dismissing) è rappresentato da una particolare organizzazione di pensiero che permette loro di tenere l’attaccamente relativamente disattivato; vengono classificati in questa categoria i soggetti le cui descrizioni dei genitori appaiono altamente positive (idealizzazione delle figure genitoriali), senza tuttavia che tali descrizioni risultino supportate da specifici episodi della loro infanzia (che possono invece porsi in aperta contraddizione con esse). Svaluta l’importanza delle relazioni e sottolinea l’importanza dell’indipendenza, della libertà e dell’affermazione. Le sue relazioni di coppia sono caratterizzate dalla mancanza dell’intimità, tendendo a non mostrare affetto nelle relazioni. Preferisce evitare i conflitti e si sente rapidamente intrappolato o annoiato.
STILE TIMOROSO-EVITANTE: è assimilabile allo stile disorientato-disorganizzato (Ainsworth). Modello di Sé negativo, dell’Altro negativo. Il modello negativo che l’individuo timoroso-evitante ha di se stesso lo porta ad avere bassa autostima e molte incertezze verso se stesso e verso gli altri. Il modello negativo che ha dell’altro lo porta ad evitare le richieste d’aiuto, evita i conflitti ed ha difficoltà a fidarsi degli altri. È difficile trovarlo coinvolto in una relazione sentimentale e quando vi si trova assume un ruolo passivo. In tali relazioni è dipendente ed insicuro. Tende a colpevolizzarsi per i problemi di coppia ed ha difficoltà a comunicare apertamente e a mostrare i sentimenti al partner.
I risultati delle ricerche sull’attaccamento di coppia mostrano come i modelli operativi interni siano per lo più stabili, per cui la relazione primaria madre-bambino rappresenta tendenzialmente il prototipo delle future relazioni d’amore; persino l’incontro con il partner e il tipo di legame che si costruisce è tutt’altro che casuale, bensì una scelta che si orienta e si concretizza sulla base delle esperienze di attaccamento di ciascuno.
In linea generale, si può osservare che le persone sicure preferiscono tendenzialmente una relazione affettiva con chi è altrettanto sicuro e pertanto in grado di rispondere in maniera adeguata ai suoi bisogni emotivi, le persone disorganizzate sono invece vittime della loro incoerenza e instabilità e difficilmente riescono ad essere accettati come partner sentimentali, se non da chi abbia le stesse o simili caratteristiche. Le persone distanzianti tenderanno anch’esse a scegliere persone a loro simili, ma il loro rapporto ha buone possibilità di mantenersi stabile, data la comune esigenza di mantenere le distanze e un minimo coinvolgimento. Al contrario, le persone insicure evitanti troveranno grandi difficoltà di tenuta di coppia a causa del loro bisogno di invischiamento e delle caratteristiche esplosioni di rabbia.
Alcune ricerche più recenti hanno evidenziato come le strategie di attaccamento possano andare incontro, nel corso dello sviluppo individuale, a riorganizzazioni e a trasformazioni evolutive anche ampie e significative, riconducibili sia ai meccanismi di crescita e di maturazione cognitiva che alla disponibilità di nuove significative esperienze di attaccamento. 

sabato 20 agosto 2011

La sindrome da burnout

Secondo la nota definizione di Cary Cherniss, il Burn-out – termine traducibile in italiano con “bruciato”, “esaurito”- è un processo nel quale un professionista precedentemente impegnato si disimpegna dal proprio lavoro in risposta allo stress e alla tensione sperimentata sul lavoro.
Generalmente si riferisce alle cosiddette helping professions, cioè a quelle professioni caratterizzate da una forte componente emozionale come nell'ambito psicologico, medico, o nelle attività di tipo socio-assistenziali ed educative. Queste figure sono caricate da una duplice fonte di stress: il loro stress personale e quello della persona aiutata ed hanno pertanto maggiori probabilità di sviluppare un lento processo di "logoramento" o "decadenza" psicofisica.

Tra gli aspetti epidemiologici della sindrome del Burnout descritti nella letteratura, non sembra esistere un accordo unanime tra i differenti autori, sebbene si riscontri un determinato livello di coincidenza per alcune variabili quali età, sesso, turnazione lavorativa e sovraccarico lavorativo.
  • Età: pare esista un periodo di sensibilizzazione in quanto, durante i primi anni di carriera professionale, il soggetto sarebbe maggiormente vulnerabile.
  • Sesso: le donne, rispetto agli uomini,risultano più vulnerabili. Ciò è dovuto a vari motivi, come il doppio carico di lavoro (professionale e familiare) a cui sono sottoposte, e l'espletamento di determinate specialità professionali che prolungherebbero il ruolo di donna.
  • Turnazione Lavorativa: la turnazione e l'orario lavorativo possono favorire l’insorgenza della sindrome.
  • Sovraccarico Lavorativo: è sicura invece la relazione tra Burnout e sovraccarico lavorativo nei professionisti assistenziali, in quanto questo fattore produrrebbe una diminuzione, sia qualitativa che quantitativa delle prestazioni offerte da questi lavoratori.
Trattandosi fondamentalmente di una condizione di stress protratto in ambito lavorativo, le cause dirette che possono determinare una condizione di disagio in ambito lavorativo riguardano prevalentemente gli aspetti organizzativi e tra questi soprattutto le carenze dei servizi, la cattiva comunicazione tra il personale, il sovraccarico di lavoro, gli obiettivi mal definiti, l'eccessiva burocratizzazione e la mancanza di una vera organizzazione in èquipe, per discutere e valutare il lavoro.
Nello studio delle possibili cause del burnout è fondamentale includere l'analisi del contesto organizzativo nel quale l'individuo opera. La struttura e il funzionamento del contesto sociale influenzano il modo in cui le persone interagiscono tra loro e il modo di lavorare: quando l'ambiente lavorativo non riconosce l'aspetto umano del lavoro, il rischio di burnout cresce alimentando la sensazione di fallimento

Sul piano clinico la sindrome presenta una lunga serie di segni e sintomi variamente associati tra loro: alta resistenza a recarsi al lavoro, sensazione di fallimento, rabbia, senso di colpa e scoraggiamento, indifferenza, isolamento, senso di stanchezza, perdita di sentimenti positivi verso gli altri, difficoltà di concentrazione e di ascolto, problemi di insonnia, rigidità di pensiero e resistenza al cambiamento.
Nei casi più gravi si possono manifestare importanti sintomi depressivi fino a costringere all'allontanamento dal lavoro stesso.
Negli operatori sanitari, la sindrome si manifesta generalmente seguendo quattro fasi:
  1. Fase preparatoria: caratterizzata dall'entusiasmo idealistico che spinge il soggetto a scegliere un lavoro di tipo assistenziale.
  2. Fase di stagnazione: il soggetto, sottoposto a carichi di lavoro e di stress eccessivi, inizia a rendersi conto di come le sue aspettative non coincidano con la realtà lavorativa. L'entusiasmo, l'interesse ed il senso di gratificazione legati alla professione iniziano a diminuire.
  3. Fase di frustrazione: caratterizzata da sentimenti di inutilità, di inadeguatezza, di insoddisfazione, uniti alla percezione di essere sfruttato, oberato di lavoro e poco apprezzato.
  4. Fase di apatia: l'interesse e la passione per il proprio lavoro si spengono completamente e all'empatia subentra l'indifferenza, fino ad una vera e propria "morte professionale".
La possibilità di valutare in termini quantitativi il livello di burnout è stato oggetto di svariati studi ed attualmente il test più diffuso è il Maslach burn out Inventory (MBI), che permette di indagare le tre dimensioni principali della sindrome:
l'esaurimento emotivo, cioè la sensazione di essere in continua tensione, la sensazione di depersonalizzazione, ovvero il provare disinteresse nei confronti del proprio paziente e del proprio lavoro e la perdita dell'autostima.

L'intervento, sia in termini di prevenzione che terapeutici, sulla sindrome del burn out, si individua nella presenza di una supervisione che fornisce un adeguato sostegno nel migliorare la qualità della vita all'interno del gruppo; l'obiettivo diventa quello di creare un feed-back significativo sui ruoli e sulle proprie competenze grazie alla definizione degli obiettivi.
A volte si rende necessario organizzare programmi psicoterapeutici individuali per ridurre lo stress, ma un importante metodo per alleviare lo stress lavorativo è quello di organizzare gruppi di supporto per il personale, come ad es. i gruppi Balint, centrati sull'analisi delle dinamiche interpersonali nella relazione medico-paziente, oppure attraverso l'analisi dei vissuti (lettura emotiva) tramite la discussione di casi clinici. Grazie a questo tipo di intervento vi è la possibilità di favorire la collaborazione tra colleghi, aumentare l'autostima e ridurre la tensione che frequentemente si determina sul lavoro.

lunedì 11 luglio 2011

La rabbia

Sopracciglia abbassate e ravvicinate con rughe verticali al centro, palpebre inferiori e superiori tese, labbra fortemente serrate con gli angoli dritti oppure leggermente abbassati e narici dilatate. Accelerazione del battito cardiaco, aumento della tensione muscolare e della sudorazione, aumento della pressione arteriosa e irrorazione dei vasi sanguigni periferici.
Non vi sono dubbi che la rabbia (o meglio ira) sia un'emozione tipica, innata e primordiale: insieme alla gioia ed al dolore è tra le emozioni più precoci tanto da potersi osservare sia in bambini molto piccoli che in specie animali diverse, ma al contrario di gioia e dolore, spesso la rabbia viene considerata socialmente disdicevole ed inaccettabile e quindi rimossa o inibita.
Eppure la rabbia ha una funzione adattiva, considerata fondamentale da tutte le teorie psicologiche come reazione alla frustrazione e alla costrizione sia fisica che psicologica. Trae origine dall'istinto di difesa, come un meccanismo di protezione che ci segnala che c'è qualcosa che non va.
Le numerose ricerche compiute sui comportamenti di specie diverse dall'uomo hanno dimostrato che l'ira e le conseguenti manifestazioni aggressive, sono determinate da motivi direttamente o indirettamente legati alla sopravvivenza dell'individuo e della specie. Negli uomini in particolare lo sviluppo della rabbia pare essere strettamente connesso con l'intenzionalità, o meglio, con la percezione di intenzionalità che si attribuisce all'altro di ferire: è più facile arrabbiarsi quando qualcosa o qualcuno si oppone alla realizzazione di un nostro bisogno se ne viene percepita la volontarietà.
Uno degli aspetti più importanti da comprendere sulla rabbia e che, anche se viene spesso considerata un’emozione negativa e da evitare, in realtà essa diviene negativa, e soprattutto distruttiva, quando non viene riconosciuta ed espressa al momento in cui emerge.
L'accumulo di rabbia inespressa non può essere infinito, trattandosi di energia in eccesso, ad un certo punto non saremo più in grado di contenerla e in qualche modo saremo costretti a farla uscire rischiando di trovarci davanti ad un'emozione troppo intensa per essere controllata.
Per queste ragioni è importante saper esprimere la rabbia quando ancora siamo in grado di farlo. Non appena sentiamo un moto d'ira dovremmo fermarci e sforzarci di considerarne origine e motivazione, come suggerisce il Dott. Mastronardi “In realtà spesso la rabbia viene scatenata dalle nostre interpretazioni delle azioni dell'altro, dai significati simbolici che vi attribuiamo”. Esprimere la rabbia nel momento i cui compare, ci permette di avere ancora un potere logico sull'emozione e di riuscire quindi a governarla.
Se viene repressa, la rabbia si ritorce contro noi stessi con attacchi depressivi e quando la mente non riesce più a gestire i conflitti, il corpo ne soffre: numerose affezioni psicosomatiche come mal di schiena, ulcere, psoriasi possono essere legate al soffocamento della collera. E’ fondamentale dunque, per la nostra salute psico-fisica, imparare ad esprimere la collera in maniera costruttiva ed appropriata.
Il segreto, ancora una volta, è quindi nella misura. Scrive Aristotele :“Arrabbiarsi è facile, ne sono tutti capaci, ma non è assolutamente facile, e soprattutto non è da tutti arrabbiarsi con la persona giusta, nella misura giusta, nel modo giusto, nel momento giusto e per la giusta causa”.
Oltre a fungere da campanello d'allarme in situazioni di pericolo, la rabbia ha anche l'importante funzione di proteggerci dal dolore; se riusciamo a mettere da parte la rabbia, di solito scopriamo che sotto si nasconde un qualche tipo di dolore, ed è qui che di solito sarebbe utile lavorare. Se veniamo feriti dall'altro, ad esempio, tendiamo a rispondere con ira, risentimento e rancore perdendo di vista il dolore che tale ferita ci ha provocato. Ogni volta che ci arrabbiamo ci stiamo soltanto proteggendo, e spesso stiamo rifiutando un insegnamento, incapsulato dentro il dolore che rifiutiamo di vedere. È invece molto utile fermarsi e cercare di ascoltare la rabbia, con l'obiettivo di riconoscerne il dolore sottostante e lavorare su di esso. Le emozioni devono essere comprese ed elaborate prima di poter essere riposte in un archivio e perché se ne possa spegnere la fiamma.

martedì 17 maggio 2011

Lutto e Separazione

"Un lutto di cui non si parla è un lutto che non guarisce" (antico proverbio spagnolo)

Anche se può sembrare riduttivo, la parola “lutto”, nel suo significato più profondo (dal latino luctus = pianto), rimanda alla sofferenza derivante dalla perdita di una persona significativa per la propria vita sia essa data da separazione o da morte. Non si può perdere qualcuno che si ama senza divenire vulnerabili e provare dolore; è comunque una ferita e come tale deve essere curata in un processo di cicatrizzazione che richiede tempo e fatica; se questo non avviene il dolore si cronicizza o resta irrisolto.
Il processo di lutto è lento, progressivo, come scrive Freud in “Lutto e Melanconia”, un vero e proprio lavoro con fasi alterne, che permette di disinvestire il passato per ritornare alla realtà attuale. Secondo la teoria freudiana, la perdita di una persona amata comporta un disinvestimento di energia libidica nei confronti dell'altro con la conseguente e necessaria ricanalizzazione di tale energia. Per semplificare, la perdita restituisce a chi resta un fardello carico di emozioni che ci si trova costretti a gestire e reinvestire in maniera costruttiva. Come nella costruzione di una casa, il processo di investimento sull'altro è lento e graduale, la relazione si arricchisce quotidianamente, mentre la perdita è immediata e violenta; il crollo ci restituisce una mole di macerie che siamo costretti a raccogliere ed è proprio per questa ragione che è così difficile incanalare l'ondata emotiva in maniera sana, ridando forma alla polvere.
Il processo di lutto può essere paragonato a quello della potatura di un albero che lo libera dai rami morti per dargli nuova linfa e forza di germogliare. Apparentemente l’albero è spogliato ed impoverito ma è proprio la perdita di parti di sé danneggiate, che permette la nuova fioritura.
Dopo Freud, gli autori che si sono occupati dell'argomento, hanno definito alcune fasi che è necessario attraversare al fine di rielaborare correttamente una perdita. Per sintetizzare prenderemo in esame i cinque momenti salienti condivisi più o meno da tutti:
  • Negazione. Si tratta di un meccanismo di difesa che ci permette di attenuare l’intensa fase iniziale del dolore, ma deve scomparire entro pochi giorni.
  • Rabbia. Quando gli effetti mascheranti della negazione della realtà cominciano a svanire, riappare il dolore. Si tratta di un dolore violento e destabilizzante che probabilmente non si è ancora in grado di gestire. Il modo più immediato per esternare una carica emotiva troppo intensa è appunto la rabbia che può essere orientata verso sé stessi, verso la persona persa o verso il destino.
  • Auto recriminazioni. Si incomincia poi una fase in cui si auto recrimina su azioni che si sarebbero potute compiere per evitare o ritardare il lutto.
  • Depressione. La fase depressiva è probabilmente quella che occupa più tempo nell'intero processo di elaborazione, ha caratteristiche analoghe a quelle del disturbo depressivo, ma la durata della sintomatologia consente la diagnosi differenziale.
  • Accettazione. Dopo la fase di depressione, i sintomi depressivi regrediscono e la persona tenta di tornare alla normalità.
Ciò che distingue il dolore normale, così come delineato sopra, da quello anormale, è l’intensità e la durata delle reazioni lungo il tempo. Come abbiamo visto, la rabbia, così come la depressione, sono fasi che fanno parte del processo di elaborazione, ma se si rimane bloccati ad una di esse, l'evoluzione viene interrotta o cristallizzata, per l'impossibilità sostanziale di accettare il significato emotivo della perdita relazionale. In tal caso, quello che è il disagio o il dolore emotivo che accompagna normalmente ogni lutto, può ampliarsi fino ad assumere forme psicopatologiche.
La natura ha provvisto le persone di meccanismi di difesa che permettono di gestire l’angoscia, di affrontare situazioni difficili e controllare le reazioni emotive. Un uso appropriato di questi meccanismi è utile ed efficace, ma se eccessivo, il processo di risoluzione viene ostacolato e solo il progressivo distacco da questi, porterà all’esame di realtà e alla completa elaborazione della perdita che equivale alla possibilità vitale di spostare la libido su nuovi oggetti.
Il processo di rimozione, ad esempio, può essere adattivo nelle prime fasi del lutto, ma se diventa un ostacolo insuperabile e l'accettazione della perdita viene procrastinata all'infinito, il dolore tenderà a cronicizzarsi in una sorta di ruminazione continua che non lascia spazio ad altro.
La cosa più importante da tener presente per reagire ad un lutto in modo sano è prendere coscienza del fatto che una parte di noi sta soffrendo e che si tratta di una sofferenza motivata. Poco importa l'attribuzione di responsabilità, quel che conta è che qualcosa si è rotto, qualcosa su cui si era investito in termini di energia, fiducia e futuro ed è normale provare dolore. E' necessario pertanto rispettare ed accudire questo dolore fino a quando non si sarà attenuato.

domenica 1 maggio 2011

La personalità narcisista


Come si diceva la volta scorsa (http://psicochiacchiere.blogspot.it/2011_04_01_archive.html), spesso, il partner della persona “affettivamente dipendente” soffre a sua volta di qualche tipo di dipendenza o disagio che non lo rende in grado di vivere un amore maturo ed impedisce ad entrambi di realizzarsi all'interno di una vita di coppia. Generalmente sono persone incapaci di esprimere affetto, che ricercano ammirazione e gratificazione incondizionate: caratteristiche peculiari della personalità narcisista. Il carattere narcisista e quello dipendente si attraggono e si ricercano vicendevolmente poiché la realizzazione di bisogni inconsci così complementari rende queste due personalità perfettamente compatibili.
Dal punto di vista psicodiagnostico, se la dipendenza affettiva non è riconosciuta, lo è invece la personalità narcisista, classificata nel DSM IV (manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) fra i disturbi di personalità. Con l'intento di non entrare troppo nello specifico campo psichiatrico, cercherò di descrivere il narcisismo come tratto di personalità, prendendo in considerazione le teorie psicodinamiche che ne descrivono cause e conseguenze. Come per la dipendenza affettiva, è necessario premettere che la differenza tra narcisismo sano e narcisismo patologico è molto difficile da cogliere. Il modo migliore per identificare le forme patologiche del narcisismo è osservare la qualità delle relazioni interpersonali: una tragedia che affligge queste persone è la loro incapacità di amare.
Tendenzialmente il narcisista si presenta come un soggetto affascinante, imprevedibile e seduttivo soprattutto nei primi momenti, salvo poi palesarsi in un altalenare di messaggi contraddittori. L'attività professionale, soprattutto se brillante e autonoma, costituisce l’aspetto predominante della sua vita perché gli dà la possibilità di dimostrare quanto vale. Si aspettano di ricevere approvazioni e lodi per le proprie qualità superiori, rimanendo sconcertati quando non ottengono i riconoscimenti che pensano di meritare e presentando spesso la tendenza a rimuginare circa tale mancanza da parte dell’altro. Hanno una forte tendenza ad usare gli altri per i propri scopi e quando non ottengono ammirazione, mettono in atto giochi di potere per sentirsi più forti seducendo oppure denigrando e accusando chi non li ammira o non la pensa come loro. Allo stesso modo, se si sentono troppo “legati” o se percepiscono l'altro troppo forte, si vendicano colpevolizzandolo e attaccandolo apertamente oppure richiudendosi nel silenzio e nella passività per ristabilire la sua supremazia di potere. Il narciso vuole piacere alla gente, essere ammirato e gratificato, ha una grande capacità di cogliere i punti deboli degli altri e di farli notare.
A causa della radicale inconsapevolezza di sé e dei propri limiti, il narcisista sceglie, senza saperlo, ciò che è male per sé, prende strade sbagliate, considerandole giuste, fa scelte inopportune, credendo di fare ciò che è utile a sé, e per questa grande illusorietà si trova spesso a raccogliere i frutti di una serie di esperienze fallimentari.
I principali studi psicodinamici suggeriscono che, nello sviluppo del disturbo narcisistico di personalità, occupa un posto di primaria importanza l’interazione che si sviluppa tra il genitore ed il bambino; in modo particolare si tratta spesso di relazioni primarie caratterizzate da un'indisponibilità dell'altro a rispondere al bisogno di cure, dunque dall’aspettativa del bambino di essere rifiutato. Tale condizione genera una tendenza ad organizzare la propria esistenza facendo a meno dell’amore degli altri, contando solo su se stesso e mirando all’autosufficienza assoluta.
A partire da tali premesse, è chiaro che per evitare il rifiuto, l'individuo impara a rinunciare a qualsiasi rapporto più profondo svalorizzandolo e contemporaneamente a dissociare gli aspetti del sé percepiti come negativi valorizzando i comportamenti che evitano il rifiuto, tra i quali, all'estremo, la negazione del bisogno.
Tale meccanismo di difesa è descritto dallo stesso Freud come “scissione dell'Io”: in seguito ad un profonda svalutazione del sé, il sé si difende scindendo l’Io in due parti, da una parte un io piccolissimo in cui vengono racchiuse tutte le sensazioni e i vissuti negativi, dall’altra un Io grandissimo, ideale, investito di poteri, competenze sociali e professionali eccezionali, senza limiti, cui tutto è concesso e dovuto. Si sviluppa così una personalità che da una parte ha un “Io Sociale” smisurato, che ha grandi capacità lavorative e professionali ed in grado di realizzare grandi progetti, e dall’altra parte ha un “Io Intimo” piccolissimo, fragile, pieno di paura ed insicurezze che è incapace di amare profondamente e di legarsi stabilmente.
In questa ottica “l’altro” non esiste in quanto altro da sé, ma ha la funzione di specchio in cui il soggetto narcisista può rispecchiare la sua immagine ricevendone conferma della propria “bellezza” e del proprio valore. Pertanto fin quando l’altro rimanda al soggetto narcisista un’immagine positiva ha motivo di esistere, ma nel momento in cui questa immagine comincia a diventare negativa allora “l’altro”, lo specchio, non ha più motivo di esistere e può essere buttato via.
A seconda della gravità e dell’intensità dei vissuti negativi che il narcisista ha sperimentato nella sua prima infanzia ritroviamo una scala che va dal puro narcisismo patologico, ad un narcisismo con forti tratti borderline e quindi con parti dell’io e del sé frantumate, alle psicopatie e sociopatie.